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Cari saluti all’amico del Riccio.

12 July 2005 3,182 views 2 Comments

Incolliamo un commento lasciato nel sito nel 2005 riferito alla causa che comprò il cancelliere Giovanni Rinaldi coi soldi del giudice Valentino Pezzuti.
Cari saluti al’Amico del Riccio.

12.7.2005

Riporto qui un pezzo di un articolo giornalistico che riguarda il caso e che leggo sul quotidiano La Repubblica del giorno 4 settembre 1997, a pagina VII:

Trovandosi in difficoltà finanziarie, il 15 giugno 1992 Sannino decise di accettare la proposta degli amici cancellieri Giovanni Rinaldi e Angela Catanese, che si erano offerti di acquistare per 80 milioni i diritti su una causa che si trascinava da anni per la proprietà di una tenuta agricola: Non sapeva che il codice civile (articolo 1261) vieta ai funzionari di cancelleria di acquistare diritti di causa, evidentemente per impedire abusi e speculazioni. E neppure sapeva che Rinaldi aveva ricevuto 40 degli 80 milioni da un magistrato, il dottor Valentino Pezzuti: Pochi giorni dopo la cessione della causa, il 16 luglio 1992, il giudice Sebastiano Puliga autorizzò in favore di Sannino (nel frattempo uscito di scena) un sequestro conservativo per mezzo miliardo. La causa fu decisa il 16 dicembre 1994 e per Rinaldi fu una vittoria piena, che gli ha fruttato, secondo la Guardia di Finanza, circa 700 milioni. Dalla intestazione della sentenza risulta che del collegio faceva parte anche Valentino Pezzuti, il magistrato che aveva prestato al cancelliere i 40 milioni. Per dirla con il Pm Persico, Senonché -afferma Persico- il dottor Valentino Pezzuti fu ingannato dai cancellieri, e prestò loro il denaro convinto che servisse per ristrutturare una casa. Inoltre (come provato dalla fotocopia autenticata del verbale di udienza) non faceva parte del collegio che decise la causa.

Se tutto quanto ha scritto il giornalista corrisponde a verità, confesso di essere assai turbato dalla stupefacente rapidità con cui, in soli 31 giorni di tempo si è passati da un valore di vendita dei diritti della causa pari a 80 milioni (il 15 giugno 1992, quando i diritti furono venduti dal sig. Sannino) ad un valore di 500 milioni il 16 luglio 1992, incrementati poi, ulteriormente, di circa un 40% (fino a circa 700 milioni) dopo altri due anni e cinque mesi.

Siamo abituati a tempi processuali talmente lunghi che, quando vediamo che delle cause civili, a cui sono interessati personaggi che operano all’interno del sistema giudiziario, subiscono accelerazioni di questo genere, rimaniamo enormemente sconcertati.

Tutti sanno che se hai un immobile ed intendi ristrutturarlo puoi rivolgerti tranquillamente a un istituto bancario che ti iscriverà un ipoteca sull’immobile ma ti darà anche il denaro che ti occorre, e lo farà anche celermente e volentieri perché ben consapevole che il denaro prestato e impiegato nella ristrutturazione incrementerà il valore dell’immobile ipotecato fornendo al prestatore un’ulteriore garanzia a copertura del prestito. Per contro, l’istituto bancario non è propenso ad effettuarti un prestito se glielo chiedi per acquistare i diritti di una causa civile che si trascina per anni con esito ancora incerto, non ha la possibilità materiale di agire in prima persona per garantirsi un certo esito favorevole di quella.

Relativamente, poi, al fatto che il nome di un determinato giudice compaia nell’intestazione della sentenza come facente parte del collegio che la ha decisa e non compaia nel verbale dell’udienza in cui quel collegio decise la causa medesima, mi viene spontaneo chiedermi se è legittimo far figurare pubblicamente (le sentenze sono atti pubblici, i verbali non lo sono altrettanto) che un magistrato ha lavorato ad una determinata causa quando, invece, vi è stato estraneo, e se può essere considerata un’azione fraudolenta, nei confronti dello Stato e del Popolo Italiano, il far figurare pubblicamente che un pubblico funzionario ha lavorato più di quanto abbia effettivamente fatto; si tratta di un caso isolato o un modo di agire utilizzato in più di un caso?

Tutti sanno che una vendita immobiliare è nulla (o annullabile) se viene fatta senza il rispetto di una ben determinata legge, ritengo, quindi, che, a maggior ragione, dovrebbe essere ritenuta invalida la vendita di diritti relativi ad una proprietà immobiliare effettuata dal signor Sannino ai cancellieri in quanto è in aperta violazione di tassativa norma del codice civile; dall’annullamento dell’atto originario deriverebbe, poi, l’annullamento di tutti gli atti a quello successivi e da quello originati ed il signor Sannino sarebbe giusto recuperasse integralmente il bene perduto previa corresponsione ai due cancellieri del capitale da loro avuto in prestito e degli interessi maturativi sopra al tasso legale semplice, senza la loro ricapitalizzazione annua, non consentita dalla norma sull’anatocismo.

Sono anche a conoscenza del fatto che il giudice Puliga è stato trasferito ad un altra sede, ma se ha fatto tutto ciò di cui è stato imputato dovrebbe essere licenziato!  Non credo, però che se ha fatto tutto ciò lo abbia fatto con l’intento di ledere il prestigio della magistratura; riporto allora la qui sotto pertinente sentenza:

CSM, sezione disciplinare, sentenza 17 dicembre 1998, Pres. Verde, Estensore Rossi, P.M. Crivelli (concl. Diff.); Crivelli.

Ai fini della responsabilità disciplinare del magistrato non è sufficiente la prova del fatto addebitato, ma è necessario accertare anche la coscienza e volontà di porre in essere una condotta idonea a ledere il prestigio e la credibilità dell’istituzione giudiziaria・

Se un magistrato ha fatto una determinata azione che si può ben provare, non è sanzionabile se non si riesce a provare anche che ha fatto ciò che ha fatto con l’intento di ledere.
A questo punto mi chiedo come si potrebbe fare per accertare che un magistrato ha fatto una determinata azione con lo scopo di ledere il prestigio e la credibilità dell’istituzione giudiziaria? Chi è quel magistrato che confesserebbe una cosa del genere?

Ritengo che l’istituzione giudiziaria farebbe cosa più gradita al Popolo Italiano se amministrasse in modo migliore la giustizia e tenesse in minor conto il suo prestigio e la sua credibilità ad una giustizia amministrata in un modo migliore conseguirebbe, comunque, una maggiore credibilità dell’istituzione giudiziaria; il prestigio non ha alcuna positiva rilevanza su un buon andamento della giustizia.

Per concludere, riporto un pezzo giornalistico, a firma Pantalone ed apparso pochi anni addietro su un altro giornale:

“L’occasione ・il ventesimo anniversario dell’inizio di una storia che rimarrà a eterno disdoro di una parte della magistratura … Mi riferisco a quel 17 giugno del 1983 allorché… misero le manette ai polsi di Enzo Tortora …
“Rammentate? Enzo Tortora arrestato ed esibito platealmente ai fotografi e ai reporter della Tv sotto l’accusa di essere nientemeno che uno dei capi della Nuova Camorra Organizzata. Con lui furono tirate giù dal letto e scaraventate in prigione più di ottocento persone nei confronti delle quali furono scomodati pressoché tutti gli articoli del Codice penale?
Sulla base di quali prove e almeno di quali indizi? Soprattutto in conseguenza dei teoremi di due sostituti procuratori (che non nomino per non arrossire al loro posto) confortati, se così è si può dire, dalle dichiarazioni di due avanzi di galera che a una persona di normale intelletto non sarebbero risultati credibili neanche nel dire le loro generalità. Uno di questi gentiluomini era in carcere dal 1970 per avere ucciso due persone e averne ferito una terza solo perché innervosito dalla lentezza di un impiegato nel rilasciargli il duplicato dell’atto di nascita. Per non parlare naturalmente dei suoi precedenti reati: calunnia, tentato parricidio, tentato incendio della casa dei genitori, tentato avvelenamento di madre e fidanzata di 14 anni.
Il suo socio era simpaticamente noto col nomignolo di “o Animale”. Nel carcere nuorese di Bad e Carros aveva ucciso due altri detenuti prima di assassinare il boss della mala milanese Francis Turatello e di cibarsi del suo fegato. I due avevano compilato un elenco di presunti affiliati alla camorra fra i quali figurava il nome di Tortora nei cui confronti non vi era alcun riscontro, alcun altro elemento che avesse anche soltanto la parvenza di un indizio.
C’era di che rizzare le antenne, ma pochi le rizzarono …la buffonata di un’inchiesta basata su false accuse e madornali errori (una buona parte dei mandati di cattura erano intestati a persone sbagliate, gente che aveva solo lo stesso cognome e le cui generalità erano state prese dagli elenchi telefonici). … Qualche giornalista fu preda della sindrome del bambino che non osa contraddire la mamma e scrisse ciò che i magistrati gli dettavano. Molti furono semplicemente degli infami che presero gusto a infangare la figura di Tortora.
Forse ricordate anche come andò a finire. Dopo aver subito una pesantissima condanna, essersi fatto mesi e mesi di galera, essere coperto di sterco fino alle orecchie e aver perso il lavoro, Enzo Tortora fu assolto da una Corte d’Appello … Enzo Tortora, come sapete, pochissimi anni dopo diede addio alla vita.
Perché ne parlo oggi? Solo perché mi accorgo che nessuno di coloro che lo hanno accusato, nessun magistrato e nemmeno nessun giornalista che ne ha infangato il nome, ha pagato finora per la superficialità la cretinaggine, la stupida crudeltà e, torno a dire, pure l’infamia dimostrata nei suoi confronti.  Come sempre chi muore giace e chi vive si gode la pensione.”
Non raramente i peggiori delinquenti appaiono agli occhi della magistratura come persone innocue e/o ravvedute e degne di credibilità e confidenza, basti pensare allo slavo Manolo che già reo di un omicidio, incarcerato anni addietro casualmente in Italia, in pochissimo tempo venne fatto rilasciare a piede libero da un pretore e poco dopo sterminò un’intera famiglia fuggendo poi all’estero, o ad Angelo Izzo che usciva e entrava dal carcere quasi a suo pacimento, che quando era fuori faceva  tutti i suoi comodi fino ad arrivare ad uccidere altre persone innocenti.
Se una persona è nel suo diritto e si comporta in modo civile rivolgendosi alla magistratura per avere la tutela giudiziaria, invece, non raramente la vede schierarsi apertamente con gli interessi di usurpatori o di altre persone che hanno compiuto atti illeciti, e ne viene calpestata in malo modo, sopraffatta del tutto, con la violenza di uno “stupro” di durata indefinita, comunque pluriennale, tanto i magistrati non rischiano niente in quanto mai troveranno un collega che li condanni a risarcire personalmente i danni ingiustamente arrecati.
Sono a conoscenza che a Firenze è operante un comitato che non disdegna di occuparsi di casi di persone rovinate o  comunque pesantemente danneggiate ingiustamente dal cattivo operare di alcuni magistrati, spero che in molti vi aderiscano.

L’amico del Riccio.

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